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POESIA
PROSA
"LE STORIE CHE FANNO LA STORIA" " RUSTICA ROMANA LINGUA" Poesie e prose di Laura Fusetti Antologia di prose in Romanesco
"LE STORIE CHE FANNO LA STORIA"
" RUSTICA ROMANA LINGUA"
Poesie e prose di Laura Fusetti
Antologia di prose in Romanesco
Prefazione di Marcello Teodonio La poesia di Laura Fusetti vive tutta nel presente: non rimpiange il passato, secondo un abusato e insopportabile luogo comune della poesia dialettale nostalgicamente volta a rievocare un tempo che si vuole felice, e diffida del futuro, anzi per meglio dire, non conosce futuro. Il passato non affascina e non consola, perché è fatto di ruderi, di briganti, e di ponti sommersi, e l’atteggiamento rimane impassibile e distaccato. E anche quando lo sguardo si sposta nei secoli a recuperare le splendide civiltà antiche, l’attenzione si concentra significativamente a riscrivere gli episodi più granduguignoleschi della letteratura latina, le tre cene classiche, in cui la materia trionfa e una malinconia inspiegabile si insinua nelle pagine che esaltano il cibo, la festa, l’amore. Doppiamente coraggioso e pregevole, dunque, questo tentativo, tanto più importante giacché la letteratura romanesca, ricca di poesia, è poverissima di prosa. Ma anche sul piano della memoria personale la rievocazione non consola, perché se restituisce quasi l’odore di certe chiese e certe infanzie romane, d’altra parte comunica anche l’affanno turbato ed emozionante di una bambina costretta a seguire passi più grandi di lei, per partecipare a rituali sconosciuti e minacciosi. Se questo è il passato, il futuro è l’apocalisse e il mistero, inquietante e sospeso, che atterrisce e respinge. Alla fine, ma anche all’inizio, resta solo il presente, fatto di guerre, di rumori e di fastidi, di traffico impazzito che nega la possibilità stessa d’una pausa per confrontarsi con la memoria, di barboni costretti ai margini dell’opulenza violenta, di alberi rinsecchiti, d’una campagna assolata. C’è solo lo spazio per momentanee lucide follie, occasioni di condivisione conviviale tra cibo e parodie, che vanno vissute con la coscienza della loro precarietà. Eppure anche in questa ferma e consapevole accettazione della realtà che si impegna a recuperare la parola nella sua essenza di suono, in una poesia che alterna la cantabile classicità del sonetto alla frequentazione d’una cifra fatta di asindeti e di paratassi, di sobrie anafore e sapienti assonanze, postdellarchiana e postrilussiana, un po’ intimorita e un po’ attratta dall’espressionismo dei neodialettali e dall’idioletto di Marè; eppure, dico, in questo groviglio di modi e di forme, in un angolo riposto, in un nascondiglio sospeso tra coscienza e follia, si ritrova l’illusione di sempre: la necessità di credersi un pezzo di quelle storie che fanno la Storia. Prefazione di Marcello Teodonio Anno 813. Carlo Magno, Imperatore del Sacro Romano Impero, promuove con Papa Leone III un Concilio ecumenico, che si svolge a Tours. Siamo in piena “rinascita carolingia, il periodo in cui Carlo Magno opera per ricostruire la società che usciva dai lunghi secoli della straziante guerra Romano/gotica prima, e del dominio longobardo poi, dai secoli della frantumazione e del particolarismo, in nome della rinascita dell’Impero Romano, modello insuperabile e assoluto di coerenza, unità e autorevolezza. Carlo Magno capisce che la società si è profondamente trasformata dal punto di vista antropologico, sociale e politico, e richiede un analogo radicale rinnovamento anche negli altri campi. Così ecco l’organizzazione dello stato nelle forme di quello che sarà poi chiamato feudalesimo; ecco l’impegno per migliorare, a tutti i livelli, di comportamento e di capacità, il personale che operava nel grande Impero (personale quasi tutto ecclesiastico); ecco il rinnovamento della giustizia, con l’uniformizzazione delle procedure, la formazione di personale tecnico e specializzato, la promulgazione di nuove leggi; ecco la promozione della cultura, in architettura, nelle arti filosofiche, nella letteratura, con la promozione della scuola Palatina di Aquisgrana, l’istituzione di scuole con programmi coordinati, la standardizzazione della lingua, l’imposizione del latino come lingua ufficiale dello Stato, e perfino con l’imposizione, di una nuova grafia: la minuscola carolingia. In questa grandiosa attività, un aspetto fondamentale era rappresentato dalla necessità di poter comunicare e farsi capire a tutti i livelli della popolazione e non solo dai funzionari dello Stato. Si trattava di un’esigenza che Carlo Magno capisce essere fondamentale per il corretto funzionamento dello Stato stesso, e anche per garanti re appunto la possibilità di costruire consenso e maggior potere alle istituzioni della Chiesa e dell’Impero, enti che erano peraltro inscindibilmente collegati e interagenti. Così a Tours i padri conciliari approvarono (ovviamente in latino, allora la lingua ufficiale della Chiesa e della cultura,) una deliberazione, precisamente quella indicata con il numero XVII, che diceva testualmente: All’unanimità abbiamo deliberato che ogni vescovo tenga omelia, contenenti le ammonizioni necessarie ad istruire i sottoposti circa la fede cattolica, secondo le loro capacità di comprensione, sull’eterno premio ai buoni e sull’eterna dannazione ai malvagi, ed anche sulla futura resurrezione ed il giudizio finale, e con quali opere si possa meritare la beatitudine, con quali perdersi. E che si studi per tradurre (transferre) comprensibilmente le medesime omelie nella lingua romana rustica o nella tedesca (in rusticam romanam linguam aut thiotiscam), affinché più facilmente tutti possano comprendere quel che è detto. Il fatto è sensazionale, tanto che i linguisti identificano questa delibera come l’atto di nascita “ufficiale” delle lingue neolatine o romanze da una parte, e di quelle germaniche dall’altra, il riconoscimento cioè che ai primi del IX secolo l’unità linguistica dell’impero (posto che ci fosse mai stata) era ormai del tutto tramontata, e l’uso dei parlanti aveva condotto a una sostanziale dicotomia tra lingua scritta (che peraltro praticavano in pochissimi) e lingua parlata, ormai diventata “altro”. E cioè diventata quel “volgare” che dovrà faticare altri tre/quattrocento anni per trovare definitivamente il posto che gli compete: quello di essere riconosciuta la lingua di tutti, sia nell’uso orale che in quello scritto. Una lingua che, come tutte le lingue, nasce proprio in quel regime che oggi viene detto melting pot, e cioè proprio il miscuglio, l’incontro/scontro, la mescolanza, l’amalgama da cui si elaborano, si trasformano, nascono vivono e muoiono le lingue. Che poi in realtà, come tutte le manifestazioni della cultura degli esseri umani, non “nascono vivono e muoiono”, ma appunto, come ci hanno insegnato i grandi maestri, Giuseppe Gioachino Belli e Carlo Emilio Gadda, Ferdinand De Saussure e Tullio De Mauro, continuamente si trasformano in un processo di incontri e reciproche contaminazioni dal basso all’alto e viceversa. E siccome la finalità principale di ogni lingua è quella di garantire la comunicazione e la reciproca comprensione fra gli appartenenti a una comunità, ecco che la lingua parlata è e rimane l’unica in grado appunto di conoscere e conoscersi. “Transferre’ dicevano i padri conciliari: che noi rendiamo con “tradurre”. Ma c’è in questo verbo molto di più: “portare attraverso”, “portare al di là“, e cioè tutta la forza della circolarità dei processi linguistici. Tutta la sua affascinante precarietà. Tutta la sua elaborazione di opera in continuo divenire. Ecco dunque il volgare: che continuamente si trasforma, diviene e procede, torna sui suoi passi e inventa soluzioni nuove. Ecco la perenne vitalità della lingua che si parla, il dialetto, che significa proprio “lingua parlata”, quella lingua che i parlanti «da ciuchi l’impareno all’ammente / e la parleno poi per èsse intesi». Lingua della verità. Lingua della condivisione e dell’appartenenza. Lingua che però diventa, che può diventare, patrimonio di tutti, come ci hanno insegnato i nuovi cittadini Romani i quali, da qualsiasi parte del mondo provengano, prima o poi ci invitano, e si invitano: «Dàmose da fa». Queste le premesse e il senso complessivo in cui si muove il nostro concorso: che parte da una riflessione, e anche da una grande scommessa. La letteratura in romanesco (rustica romana lingua!), abbastanza ricca in poesia, è davvero modesta, se non scarsa, in prosa. Il che per certi versi può essere anche sorprendente, vista la natura narrativa ed epica dei dialetti in generale, di quello di Roma in particolare, che è figlio legittimo e diretto del latino, lingua dell'esattezza e della concretezza. E allora vale la pena organizzare un’occasione, un luogo, un laboratorio per mettere alla prova chi già si esercita in questo percorso di scrittura (giacchè il passaggio dall’oralità naturale del dialetto alla sua scrittura comporta necessariamente riflessione teorica, soluzioni retoriche adatte, artifici stilistici peculiari), e magari per favorire nuovi tentativi, nuove elaborazioni, nuove voci, che si facciano interpreti e testimoni di questo processo di perenne mutamento. I risultati di questa prima edizione appaiono talmente incoraggianti, per quantità (il presente volume ne presenta solo una scelta) e per qualità, che è ferma intenzione nostra di proseguire nella strada intrapresa, magari cercando un coinvolgimento più attento e intenso sia degli addetti ai lavori, sia di chi vuole iniziare proprio da questa occasione il proprio viaggio nel dialetto.
Prefazione di Marcello Teodonio La poesia di Laura Fusetti vive tutta nel presente: non rimpiange il passato, secondo un abusato e insopportabile luogo comune della poesia dialettale nostalgicamente volta a rievocare un tempo che si vuole felice, e diffida del futuro, anzi per meglio dire, non conosce futuro. Il passato non affascina e non consola, perché è fatto di ruderi, di briganti, e di ponti sommersi, e l’atteggiamento rimane impassibile e distaccato. E anche quando lo sguardo si sposta nei secoli a recuperare le splendide civiltà antiche, l’attenzione si concentra significativamente a riscrivere gli episodi più granduguignoleschi della letteratura latina, le tre cene classiche, in cui la materia trionfa e una malinconia inspiegabile si insinua nelle pagine che esaltano il cibo, la festa, l’amore. Doppiamente coraggioso e pregevole, dunque, questo tentativo, tanto più importante giacché la letteratura romanesca, ricca di poesia, è poverissima di prosa. Ma anche sul piano della memoria personale la rievocazione non consola, perché se restituisce quasi l’odore di certe chiese e certe infanzie romane, d’altra parte comunica anche l’affanno turbato ed emozionante di una bambina costretta a seguire passi più grandi di lei, per partecipare a rituali sconosciuti e minacciosi. Se questo è il passato, il futuro è l’apocalisse e il mistero, inquietante e sospeso, che atterrisce e respinge. Alla fine, ma anche all’inizio, resta solo il presente, fatto di guerre, di rumori e di fastidi, di traffico impazzito che nega la possibilità stessa d’una pausa per confrontarsi con la memoria, di barboni costretti ai margini dell’opulenza violenta, di alberi rinsecchiti, d’una campagna assolata. C’è solo lo spazio per momentanee lucide follie, occasioni di condivisione conviviale tra cibo e parodie, che vanno vissute con la coscienza della loro precarietà. Eppure anche in questa ferma e consapevole accettazione della realtà che si impegna a recuperare la parola nella sua essenza di suono, in una poesia che alterna la cantabile classicità del sonetto alla frequentazione d’una cifra fatta di asindeti e di paratassi, di sobrie anafore e sapienti assonanze, postdellarchiana e postrilussiana, un po’ intimorita e un po’ attratta dall’espressionismo dei neodialettali e dall’idioletto di Marè; eppure, dico, in questo groviglio di modi e di forme, in un angolo riposto, in un nascondiglio sospeso tra coscienza e follia, si ritrova l’illusione di sempre: la necessità di credersi un pezzo di quelle storie che fanno la Storia.
Prefazione di Marcello Teodonio Anno 813. Carlo Magno, Imperatore del Sacro Romano Impero, promuove con Papa Leone III un Concilio ecumenico, che si svolge a Tours. Siamo in piena “rinascita carolingia, il periodo in cui Carlo Magno opera per ricostruire la società che usciva dai lunghi secoli della straziante guerra Romano/gotica prima, e del dominio longobardo poi, dai secoli della frantumazione e del particolarismo, in nome della rinascita dell’Impero Romano, modello insuperabile e assoluto di coerenza, unità e autorevolezza. Carlo Magno capisce che la società si è profondamente trasformata dal punto di vista antropologico, sociale e politico, e richiede un analogo radicale rinnovamento anche negli altri campi. Così ecco l’organizzazione dello stato nelle forme di quello che sarà poi chiamato feudalesimo; ecco l’impegno per migliorare, a tutti i livelli, di comportamento e di capacità, il personale che operava nel grande Impero (personale quasi tutto ecclesiastico); ecco il rinnovamento della giustizia, con l’uniformizzazione delle procedure, la formazione di personale tecnico e specializzato, la promulgazione di nuove leggi; ecco la promozione della cultura, in architettura, nelle arti filosofiche, nella letteratura, con la promozione della scuola Palatina di Aquisgrana, l’istituzione di scuole con programmi coordinati, la standardizzazione della lingua, l’imposizione del latino come lingua ufficiale dello Stato, e perfino con l’imposizione, di una nuova grafia: la minuscola carolingia. In questa grandiosa attività, un aspetto fondamentale era rappresentato dalla necessità di poter comunicare e farsi capire a tutti i livelli della popolazione e non solo dai funzionari dello Stato. Si trattava di un’esigenza che Carlo Magno capisce essere fondamentale per il corretto funzionamento dello Stato stesso, e anche per garanti re appunto la possibilità di costruire consenso e maggior potere alle istituzioni della Chiesa e dell’Impero, enti che erano peraltro inscindibilmente collegati e interagenti. Così a Tours i padri conciliari approvarono (ovviamente in latino, allora la lingua ufficiale della Chiesa e della cultura,) una deliberazione, precisamente quella indicata con il numero XVII, che diceva testualmente: All’unanimità abbiamo deliberato che ogni vescovo tenga omelia, contenenti le ammonizioni necessarie ad istruire i sottoposti circa la fede cattolica, secondo le loro capacità di comprensione, sull’eterno premio ai buoni e sull’eterna dannazione ai malvagi, ed anche sulla futura resurrezione ed il giudizio finale, e con quali opere si possa meritare la beatitudine, con quali perdersi. E che si studi per tradurre (transferre) comprensibilmente le medesime omelie nella lingua romana rustica o nella tedesca (in rusticam romanam linguam aut thiotiscam), affinché più facilmente tutti possano comprendere quel che è detto. Il fatto è sensazionale, tanto che i linguisti identificano questa delibera come l’atto di nascita “ufficiale” delle lingue neolatine o romanze da una parte, e di quelle germaniche dall’altra, il riconoscimento cioè che ai primi del IX secolo l’unità linguistica dell’impero (posto che ci fosse mai stata) era ormai del tutto tramontata, e l’uso dei parlanti aveva condotto a una sostanziale dicotomia tra lingua scritta (che peraltro praticavano in pochissimi) e lingua parlata, ormai diventata “altro”. E cioè diventata quel “volgare” che dovrà faticare altri tre/quattrocento anni per trovare definitivamente il posto che gli compete: quello di essere riconosciuta la lingua di tutti, sia nell’uso orale che in quello scritto. Una lingua che, come tutte le lingue, nasce proprio in quel regime che oggi viene detto melting pot, e cioè proprio il miscuglio, l’incontro/scontro, la mescolanza, l’amalgama da cui si elaborano, si trasformano, nascono vivono e muoiono le lingue. Che poi in realtà, come tutte le manifestazioni della cultura degli esseri umani, non “nascono vivono e muoiono”, ma appunto, come ci hanno insegnato i grandi maestri, Giuseppe Gioachino Belli e Carlo Emilio Gadda, Ferdinand De Saussure e Tullio De Mauro, continuamente si trasformano in un processo di incontri e reciproche contaminazioni dal basso all’alto e viceversa. E siccome la finalità principale di ogni lingua è quella di garantire la comunicazione e la reciproca comprensione fra gli appartenenti a una comunità, ecco che la lingua parlata è e rimane l’unica in grado appunto di conoscere e conoscersi. “Transferre’ dicevano i padri conciliari: che noi rendiamo con “tradurre”. Ma c’è in questo verbo molto di più: “portare attraverso”, “portare al di là“, e cioè tutta la forza della circolarità dei processi linguistici. Tutta la sua affascinante precarietà. Tutta la sua elaborazione di opera in continuo divenire. Ecco dunque il volgare: che continuamente si trasforma, diviene e procede, torna sui suoi passi e inventa soluzioni nuove. Ecco la perenne vitalità della lingua che si parla, il dialetto, che significa proprio “lingua parlata”, quella lingua che i parlanti «da ciuchi l’impareno all’ammente / e la parleno poi per èsse intesi». Lingua della verità. Lingua della condivisione e dell’appartenenza. Lingua che però diventa, che può diventare, patrimonio di tutti, come ci hanno insegnato i nuovi cittadini Romani i quali, da qualsiasi parte del mondo provengano, prima o poi ci invitano, e si invitano: «Dàmose da fa». Queste le premesse e il senso complessivo in cui si muove il nostro concorso: che parte da una riflessione, e anche da una grande scommessa. La letteratura in romanesco (rustica romana lingua!), abbastanza ricca in poesia, è davvero modesta, se non scarsa, in prosa. Il che per certi versi può essere anche sorprendente, vista la natura narrativa ed epica dei dialetti in generale, di quello di Roma in particolare, che è figlio legittimo e diretto del latino, lingua dell'esattezza e della concretezza. E allora vale la pena organizzare un’occasione, un luogo, un laboratorio per mettere alla prova chi già si esercita in questo percorso di scrittura (giacchè il passaggio dall’oralità naturale del dialetto alla sua scrittura comporta necessariamente riflessione teorica, soluzioni retoriche adatte, artifici stilistici peculiari), e magari per favorire nuovi tentativi, nuove elaborazioni, nuove voci, che si facciano interpreti e testimoni di questo processo di perenne mutamento. I risultati di questa prima edizione appaiono talmente incoraggianti, per quantità (il presente volume ne presenta solo una scelta) e per qualità, che è ferma intenzione nostra di proseguire nella strada intrapresa, magari cercando un coinvolgimento più attento e intenso sia degli addetti ai lavori, sia di chi vuole iniziare proprio da questa occasione il proprio viaggio nel dialetto.
Catalogo N.: 001 Catalogo N.: 003 Autore: Laura Fusetti Autore: Antologia Titolo: Le Storie Che Fanno La Storia Titolo: Rustica Romana Lingua Genere: Poesie e Prose Romanesche Genere: Prose Romanesche Pagine:78 con illustraz Pagine: 100 Prima Edizione: Gennaio 2006 Prima Edizione: Maggio 2008 Prezzo: 12,50 incluse spese di spedizio Prezzo: 12,00 incluse spese di spedizione Disponibilita': Immediata Disponibilita': Immediata
Catalogo N.: 001
Catalogo N.: 003
"ER CELO S'ARISCHIARA" " RUSTICA ROMANA LINGUA" Poesie Romanesche di Elisabetta Di Iaconi Antologia di prose in Romanesco
"ER CELO S'ARISCHIARA"
Poesie Romanesche di Elisabetta Di Iaconi
Prefazione di Claudio Giovanardi Giunto alla sua seconda edizione, il premio di prosa in romanesco Rustica romana lingua comincia a qualificarsi nell'affollato panorama della “premiopoli” letteraria nazionale e locale. I racconti che concorrono, alcuni brevissimi, altri più distesi, hanno come denominatore comune il ricorso al dialetto romanesco, quel dialetto che, illustrato in poesia da grandi romani (Belli, Pascarella, Trilussa, ma anche Marcelli, Dell’Arco e Marè), ha avuto la ventura di essere rappresentato in prosa da illustri non romani (penso al friulano Pasolini e al milanese Gadda, ma, se vogliamo, anche agli autori del fortunato romanzo giovanilistico Porci con le ali, Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera). In qualche modo, dunque, mentre la tradizione poetica romanesca procede ininterrottamente da Belli in avanti, magari affidata al vessillo poco significativo di quelli che il compianto Luigi Ceccarelli chiamava “gli inesorabili poeti della domenica”, la narrazione in prosa ha avuto un percorso assai più irregolare e meno marcato dal punto di vista del canone di riferimento. Anche perché, diciamolo chiaramente, scrivere una storia, pur breve, implica uno sforzo in più direzioni: significa infatti inventare una fabula, farne materia narrativa, darle forma linguistica, dipanarla attraverso gli snodi e i raccordi che la trama impone. Un’operazione ben diversa, insomma, dal rimasticamento di rime scontatissime e di loci poetici usurati: Nina al balcone, Roma bella che non c’è più, il tramonto sul Cuppolone e così via. Testi in romanesco, dunque. Ma quale romanesco? La domanda non è banale e non è di poco conto. Si può, infatti, scegliere di rappresentare un dialetto da museo, che vive solo nei libri e che praticamente nessuno parla più; oppure si può cercare di rendere quel che resta del dialetto, la sua versione attuale, anche se ormai molto lontana dai canoni classici. Naturalmente in questa possibile opzione giocano un ruolo fondamentale alcuni fattori di carattere sociale: l’età di chi scrive, il sesso, la propria storia personale e familiare. Gli anziani tendono inevitabilmente ad affondare a piene mani nei ricordi linguistici della loro fanciullezza, in quella che per tutti diventa l’età dell’oro. Il recupero memoriale è innanzi tutto un recupero dialettale: “come si parlava una volta”, “come diceva mia nonna”, e magicamente insieme alle parole riaffiorano visi, scene, oggetti, situazioni. Ecco allora quella tendenza a “iperdialettizzare”, cioè a esagerare col dialetto, a usarlo più come un repertorio di parole e di frasi idiomatiche, che come un vero e proprio strumento di comunicazione. Gli scrittori più giovani, viceversa, hanno col dialetto un rapporto più “laico”, meno sacrale. Per loro il romanesco è una delle possibilità espressive, ma non è la sola e, tutto sommato, nemmeno la più prestigiosa. Cresciuti in una società ormai linguisticamente italianizzata, i più giovani recuperano il dialetto nella comunicazione familiare o amicale; sono perfettamente consapevoli che a nessuno è più consentito di esprimersi sempre e comunque in dialetto. La loro è spesso una lingua impastata in cui figurano l’italiano, il dialetto, i gerghi, l’inglese mal digerito dei nostri giorni, qualche spruzzo di termini scientifici. Non più, quindi, l’idea di una lingua come sacrario della memoria, come immagine dell’età dell’oro, come fotografia museale del bel tempo andato, ma piuttosto una lingua moderna, di lavoro, in cui c’è posto per tanti diversi modi di dire e di scrivere. Le due tendenze che ho appena descritto sono presenti nei testi che qui si presentano. Ciò avvalora la capacità di testimonianza di questa breve antologia, dove scelte linguistiche e temi più manierati si alternano con racconti graffianti, aperti al contemporaneo, lontani da ogni oleografia. In ogni caso, il dato più significativo mi pare vada ravvisato in questa voglia incoercibile di non perdere memoria e tradizioni, senza per questo negare il presente con tutte le sue contraddizioni, ma anche con il desiderio di guardare avanti e di immaginare nuovi, possibili equilibri sia linguistici sia, più generalmente, culturali.
Catalogo N.: 002
Catalogo N.: 004
Autore: Elisabetta Di Iaconi
" 'N SGRULL D'P.NSIERI"
Poesie in dialetto Senigalliese
Prefazione di Renata Sellani Questo nuovo lavoro di Maria Pia Silvestrini è una nuova conferma e insieme un approfondimento di quanto aveva già proposto nel suo primo volume di versi 'na Gluppa d' Sogni. E' proprio della poesia dialettale la semplicità non solo la forma ma soprattutto di sentimento e questo è la parte essenziale di queste poesie e insieme a ciò la dolcezza delle espressioni; il tutto ci dà il senso di quello che nasce nel cuore, che è al di sopra di ogni concretezza, perciò è bello leggere versi in cui traspare tutto questo. E' vera, e palese anche la gioia, la festa semplice, serena, agganciata ai ricordi e a sensazioni. E i ricordi sembrano anch'essi lontani dalla realtà, perché idealizzati. Non c'è niente di artificioso, tutto è di una spontaneità meravigliosa e l'autrice effonde nella sua gioia quanto di più bello al mondo le ha offerto. Che c'è di più bello che poter esprimere ciò che nasce nel nostro cuore in modo semplice, ma nello stesso tempo elevato dalla poesia che non sempre e non tutti hanno la fortuna di possedere? E Maria Pia ce l'ha nel cuore la poesia che effonde nei suoi nuovi versi. Avanti ancora! E' bello trovare che al mondo è sempre viva la poesia e meravigliosi sono i dialetti.
Prefazione di Eugenio Ragni Qualche tempo fa è stata affacciata in parlamento la proposta di introdurre nelle scuole l’insegnamento del dialetto. La matrice quasi esclusivamente politica, e non culturale, ha fatto sì che l’idea passasse come una rombantissima millecavalli sollevando polveroni d’ogni colore, per andarsi poi ad archiviare negli affollati scaffali delle intenzioni dormienti o forse perdute. Nel suo veloce passaggio l’idea-meteora ha fatto però in tempo a sollecitare accese discussioni a vari livelli, soprattutto dibattiti in cui i soliti tuttologi onnipresenti in video hanno dissertato pro e contro, senza però che il cólto e l’inclita abbia realmente afferrato il nucleo sostanziale della questione. Il solo risultato emerso in termini più largamente accessibili in giornali e video credo sia stata la riproposizione dell’antica panzana che i dialetti rappresentino un esito corrotto dell’italiano, dimostrando ancora una volta che ignoranza dell’argomento e invalso pressappochismo dell’informazione hanno avuto la meglio sulle poche considerazioni sensate di dialettologi e linguisti in genere, cui la serietà ha impedito, forse a torto, di accamparsi in primo piano per screditare le cento false certezze dei mille dilettanti che frequentano i salottini televisivi. La proposta, a parte il vizio sotteso di esser dettata da meri interessi di partito, non era assurda in sé: era soprattutto mal formulata, anche perché accorpata a un corteo di altre discutibilissime, anzi assurde richieste, quali una differenziazione stipendiale fra lavoratori del Sud e del Nord, un rigoroso test obbligatorio di cultura locale per gli insegnanti, nonché un’ennesima censura per l’Inno di Mameli, da sostituire col verdiano (leggi: padano) "Va pensiero", e via fantapoliticando. Uno dei dirigenti, oggi ministro, ha sostenuto addirittura che il dialetto è più vivo e vegeto dell’italiano che, secondo lui, si sarebbe degradato nel «dialetto romanesco che ci passa la Rai». Roma ladrona avrebbe dunque rubato al resto d’Italia anche la lingua. Nonostante le innegabili storture formali d’origine, la proposta, dicevo, aveva ed ha però un suo senso sostanziale, e importante, ferma restando la validità di alcune obiezioni condivisibili; per esempio, l’ufficializzazione scolastica dell’insegnamento del dialetto locale indurrebbe un grave problema di fondo, la scelta del tipo di dialetto locale da adottare: quello della regione, della città capoluogo, del singolo paese, del quartiere, il dialetto delle persone colte o quello più "basso"? Già: perché gli aspiranti legislatori hanno dimostrato di non avere la menoma consapevolezza di quale sia in realtà la situazione del dialetto, oggi come ieri. Ben settecento anni fa, nel De vulgari eloquentia (I i 4), Dante già si chiedeva infatti come mai «gente che viveva sotto una stessa organizzazione cittadina, come i Bolognesi di Borgo San Felice e i Bolognesi di Strada Maggiore» fossero «discordi nel parlare»; ed è, questa, una realtà restata sostanzialmente uguale fino all’Unità e oltre, ancora perfettamente viva nei ricordi di chi non da molto ha i capelli bianchi: fino agli anni del secondo dopoguerra sussistevano infatti, più o meno come nel Trecento, differenze lessicali e soprattutto fonetiche anche fra due zone contigue della medesima città, a Roma fra trasteverino, monticiano, testaccino e via dicendo, e a Reggio Emilia - è un mio nitido ricordo - prendendo in giro il mio compagno di banco di seconda elementare per la pronuncia ai miei orecchi errata di alcune parole, nonostante le nostre due abitazioni distassero due trecento metri una dall’altra A tutt’oggi in Sicilia le difformità fra messinese, palermitano, catanese, agrigentino sussistono ancora, avvertibilissime e sostanziali, a testimonianza di una differenziazione sopravvissuta all’azione livellante dell’ormai ultracen-tenaria scolarizzazione e soprattutto a quella di giornali e televisione attiva a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. La realtà scolastica di oggi, poi, è talmente ibridata da complicare il problema in misura sesquipedale: basti pensare alla massiccia immissione delle giovanissime generazioni di extracomunitari integrati, benemerita per la sopravvivenza di non pochi plessi scolastici, vista la scarsa propensione degli italiani a procreare, ma allotria rispetto sia al dialetto che all’italiano. Comunque, anni e anni di scolarizzazione, poi radio, cinema e televisione, da ultimi viaggi e internet hanno indubbiamente contribuito a diffondere un "basic italian" di fondamentale importanza per l’intercomunicazione quotidiana; ma che ha però contribuito a relegare in posizione ancor più svantaggiosa il dialetto, che peraltro da decenni e decenni era già considerato il linguaggio dell’incultura. A noi ragazzi era proibito da genitori e parenti usare in casa il dialetto (eppure fra loro lo parlavano), considerato linguaggio della povertà, oltre che dell’ignoranza: concetto, questo, governativamente sancito nel ventennio fra le due guerre con un’attivissima campagna che, seppure in buona parte fallita, ha lasciato tracce profonde se, a quanto risulta da una recente inchiesta scolastica sul siciliano, il dialetto è tuttora ritenuto «volgare», tipico dei «bambini sporchi, maleducati, cattivi e poveri», «più adatta ai signori di lusso», mentre è linguaggio «più adatto ai contadini, insomma a gente povera»: «roba da strada», insomma, da ligera, come mi diceva mia nonna (bresciana), accomunandomi con severa tranquillità a un bambino di malavita. Come ogni frutto proibito, appena fuori delle mura domestiche il dialetto diventava per noi, che nascevamo dialettali, la bandiera della disubbidienza, e lo praticavamo non tanto come affermazione di libertà contro l’imposizione di genitori e scuola, tantomeno perché ci rendevamo conto della sua preziosa espressività, ma per ripicca:atteggiamento infantile, che si è rivelato alla fine provvidenziale perché, senza che ce ne rendessimo conto, ha fatto di noi ragazzi della generazione anni Trenta un fondaco di portatori sani di dialetto, che oggi, diventati nonni e bisnonni, possono, o quantomeno potrebbero, operare il recupero di buona parte di quel patrimonio dialettale in vigilia d’estinzione: che non è soltanto patrimonio linguistico, ma culturale in senso onnicomprensivo. Per sua stessa natura, il dialetto non conosce o quantomeno non frequenta l’astratto: quasi ogni parola è la cosa che denota; scomparendo la cosa, anche la parola può scomparire, certo, se non trattenuta di qua dall’abisso. Ogni parola-cosa è perciò una parte di storia o, se si vuole, di microstoria che inerisce strettamente agli individui, nuclei di passato e presente, di sentimenti e di ricordi: e per questo la si deve proteggere; e, se perduta, recuperare. E parlo di recupero, in quanto il processo di "italianizzazione" programmato e applicato dalle disposizioni di regime accolte acriticamente dalla velleità piccoloborghese delle famiglie alfabetizzate, ha via via ghettizzato il dialetto, generando un processo che, assieme alle buone intenzioni di dare agli Italiani una lingua comune, ha portato, specialmente a partire dal secondo dopoguerra, conseguenze negative, ben rappresentate dall’aspetto piuttosto babelico, dissestato e soprattutto deculturato dell’odierna koinè: il cui punto di riferimento non è più, come un tempo, il "fren della grammatica", ma il modello tragicamente appiattito trasmesso dalla televisione, in particolare da alcuni programmi d’intrattenimento seguitissimi dai più giovani. «Il fenomeno della dissoluzione dei dialetti», ha osservato Enzo Golino nella prefazione a Le parole abbandonate di Luigi Malerba (1977), «non riguarda soltanto l’espressione linguistica, ma l’intera cultura legata al dialetto. [...] Infatti la nostra scuola ha ignorato e ignora preziosi suggerimenti di storici della lingua e di pedagogisti che avrebbero voluto convogliare nell’istruzione "ufficiale" la spontanea capacità dei bambini e dei giovani di parlare in dialetto». La legittima e necessaria risoluzione di imporre l’italiano non avrebbe dovuto comportare la conseguente e non necessaria obliterazione del dialetto: le due sfere avrebbero potuto convivere in parallelo, tanto più che per secoli erano vissute in perfetta e costruttiva osmosi, arricchendosi a vicenda. Ed era questo l’illuminato progetto cui era ispirato la collana di antologie regionali pubblicate a cavallo degli anni Venti-Trenta, curate da eminenti nomi della cultura nazionale: in esse, accanto a testi classici in lingua erano inseriti e commentati alcuni testi dialettali di scrittori e poeti della regione, antichi e recenti. L’eccezionalità del connubio parlava chiaramente di un coraggioso tentativo di salvare i dialetti, puntando non già su proposizioni teoriche, ma sulla forza di testi d’autore, senza però trascurare per questo espressioni della cultura popolare. Si trattava, in definitiva, di accettare ufficialmente un bilinguismo che era in atto, di trarne effettualità e vantaggi che coartazione ministeriale e sprovvedutezza familiare hanno invece falcidiato. La difficoltà di reperire in antiquariato e perfino nelle biblioteche questi sussidiari attesta la sopravvenuta mutazione di rotta impressa dalle direttive ministeriali del regime, che a partire dall’anno scolastico 1930-31 imposero l’adozione nelle scuole elementari e medie di un testo unico di Stato corposamente funzionalizzato alla formazione della gioventù fascista, dove ovviamente, in nome della retorica esaltazione dell’italianità, i dialetti non erano neppure nominati. Ma più che dalle cattedre, l’azione repressiva era esercitata, come ho detto, in famiglia, specie nelle città maggiori, dove l’erosione del dialetto era in atto già dai primi decenni postunitari. Un’eventuale riesumazione dell’idea di introdurre oggi il dialetto locale nelle scuole dovrebbe prevedere quindi non già l’imposizione di un pesante bagaglio di nozioni grammaticali, morfologiche e sintattiche (che peraltro, come linguaggio a tradizione orale, il dialetto mal sopporta); sul modello strutturale dei sussidiari regionali di buona memoria, il recupero del dialetto dovrebbe invece basarsi su lettura e commento di testi autoriali - o comunque di riconosciuto valore artistico - composti nel dialetto locale: che suonerebbe letterario, sì, e personalizzato, certo, ma dal quale sarebbe possibile muovere confronti con forme simili, analoghe o diverse vive nella parlata locale, permettendo un fruttifero confronto fra livelli espressivi diversi in quanto appartenenti a epoche, momenti, topografie affini ma in qualche modo differenziati. Se non altro, potrebbero entrare finalmente a pieno diritto nelle antologie di classici italiani capolavori letterari tout court, ancora assurdamente assenti o parzialmente citati nelle antologie ufficiali, e questo non foss’altro per dare maggior completezza al quadro storico-artistico di un periodo. Limitandomi per esempio all’Ottocento, credo gioverebbe non poco far conoscere in modo più adeguato agli scolari di Milano un poeta come Porta, a quelli romani un grande come Belli, ai ragazzi siciliani un Giovanni Meli. Fra l’altro, si dovrebbe mettere in bilancio l’ulteriore e più grave danno che in caso i dialetti si estinguessero, dovremmo leggere questi e moltissimi altri poeti antichi e recenti in traduzione; il che comporterebbe in breve l’automatico oblio definitivo degli autori stessi. Che senso avrebbe infatti leggerli in lingua, praticamente "doppiati" da una voce del tutto diversa per suoni e parole? e come sarebbe possibile apprezzarne e sottolinearne le caratteristiche dello stile, i colori espressivi, la forza o l’eleganza delle scelte lessicali? Mi si dirà che la bibliografia anche recente annovera una quantità notevole di testi dialettali, di saggi e di raccolte significative. Vero. Ma a differenza di quelle vecchie antologie studiatamente "miste", le strade di lingua e dialetto sono andate divergendo, restando separate in scaffali diversi. Definire il Belli "il più grande poeta dialettale" dell’Ottocento o anche in assoluto, comporta una limitazione di base: il confronto deve essere condotto negli stessi termini con i quali si misurano Petrarca e Boccaccio, Dante e Ariosto; voglio dire che un confronto equo deve esser fatto su scala nazionale, non settorialmente dialettale. In un’opera letteraria la scelta linguistica è l’accidente, non la sostanza, e non deve dunque pesare - è successo e ancora succede, come una limitazione pregiudiziale. Nonostante tutto, però, il complesso e variegato mosaico della realtà dialettale italiana ha parzialmente retto agli attacchi, sopravvivendo soprattutto in alcune sacche di resistenza provinciali, nelle quali toponimi, oggetti d’uso, tradizioni culinarie, nomenclature del lavoro, modi di dire erano troppo strettamente legati a concretezze della vita quotidiana ancora vive, in qualche modo non obliterabili. Ma anche dove l’italiano sembra aver soffocato il dialetto, ogni volta che si voglia colorire un discorso si ricorre all’espressione vernacola, sentita più vigorosa ed efficace, più intrisa di spontaneità (e non mi riferisco soltanto agli insulti, sia chiaro, che hanno trovato proprio nei media, soprattutto nel cinema, veicoli ideali e quasi planetari). Proprio la carica espressiva, non a caso, la fa da padrona nei copioni comico-umoristici: esiste forse un attore di cabaret che non sia totalmente o almeno parzialmente "dialettale"? La tradizione è quella del vecchio teatro in dialetto, da Goldoni a Giraud, da Maggi a Bersezio, da Gallina a Musco, da Viviani a Di Giacomo, sulla relativa genuinità della quale, un po’ eccessiva per arrivare a un pubblico più vastamente italiano, è stata innestata per contingenti ragioni pratiche la variante dialettale smussata che rispecchia in parte l’analoga attenuazione del parlato quotidiano d’un determinato luogo. Il veneziano de I rusteghi non è quello di Le baruffe chiozzotte né l’italiano della Locandiera; il romanesco di Belli, che si stringe al «testimonio degli orecchi» adottando un’irta grafia scientifica per riprodurne fedelmente anche la fonìa oltre che il lessico e la sintassi, non è quello borghesizzato, più giovane di soli due decenni, di Pascarella, tantomeno quello di Trilussa, per non parlare della decisa semplificazione operata da Dell’Arco; analogamente, il napoletano di Eduardo o di Totò non è quello fedele ma ostico di Raffaele Viviani, per esempio, così come il genovese di Gilberto Govi non è quello di alcune canzoni di Fabrizio De Andrè, né il siciliano di Musco o Pirandello è il paradialetto di Camilleri. Sono modifiche che procedono di pari passo con i mutamenti sociali e culturali del Paese e delle singole regioni. Ma proprio in tempi recenti e per consapevole reazione nei confronti dell’endemico appiattimento della lingua ufficiale nei confini di uno standard impoverito, gli autori - anche quelli che scrivono in italiano - cercano proprio nel dialetto validi supporti per un ritorno all’espressività perduta. E non a caso, proprio negli ultimi anni si sono formate ovunque associazioni che promuovono il recupero del dialetto, procedendo a documentarne la sopravvivenza intervistando i più anziani, ristampando opere in vernacolo, compilando vocabolari, assemblando piccoli musei di oggetti tradizionali caduti in disuso, organizzando cerimonie e feste da tempo abbandonate, istituendo premi di poesia dialettale. E di prosa dialettale. Quattro anni fa circa, alla nostra prima riunione per discutere dell’opportunità di attuare il concorso "L’Rustica Romana Lingua", nessuno di noi, a parte l’ideatrice del premio, aveva previsto il successo che ha invece arriso all’iniziativa: e questo non per pigro pessimismo, ma per la motivata consapevolezza dell’insita difficoltà di comporre in prosa dialettale - genere che infatti non offriva precedenti di qualche valore - un racconto che potesse soddisfare anche parzialmente un lettore abituato invece all’icasticità allusiva di una lirica. Non avremmo mai pensato di dover essere smentiti dai fatti: nel corso dei tre anni di questa avventura, la quantità e soprattutto la qualità degli scritti ci hanno costretti a ricrederci: e l’abbiamo fatto ovviamente con immenso piacere. L’elemento positivo di spicco in questa terza raccolta è anzi tutto l’abbandono quasi completo dell’immarcescibile lamentatio temporis acti che, appena sopportabile in poesia, non regge assolutamente una narrazione distesa. Qui, invece, anche le rievocazioni di un passato prossimo magari doloroso (Er bardassetto arrischioso, Quer baretto de via Barberini) si attengono ai fatti più che ai sentimenti, evitando saggiamente le fastidiose tonalità nostalgiche, in cui risultano fra l’altro rimosse le negatività di quei lontani giorni uguali e forse anche peggiori degli attuali. Come i lettori potranno constatare, alcuni racconti mostrano qualità narrative eccellenti e originalità di soggetto, in qualche caso suggestivamente inquietante (Quella strega de Cassandra); altri sono felicemente ancorati a un piacevole e credibile realismo di genuina quotidianità (Scene da ’n giardino condominiale, Er compiù-tere), spesso collegate a storie di quotidiana sopportazione (Abbasta sapello, Quistioni de famija, Li nummeretti de la posta) o, purtroppo, di quasi altrettanto frequenti drammi di cronaca (Er bar de l’amichi mia… bianco, nero, giallo, Quer che nun se pò capì). Notevole poi in quasi tutti i racconti la disinvoltura del dialogato, particolarmente apprezzabile nello spassoso (e ardito) esempio di "monologo a sole risposte" La sedia der Papa, nel quale non sono trascritte le battute del secondo interlocutore. Ma le sorprese più notevoli - e rassicuranti per chi, come noi cultori del dialetto, ne sosteniamo e propagandiamo una corretta trascrizione finalmente generalizzata - sono indubbiamente la corretta grafia e la buona e talora ottima conoscenza di lessico, sintassi e tropi del romanesco. Senza ingenui trionfalismi, crediamo di poter dire che questo concorso nato quasi per scommessa ha decisamente raggiunto lo scopo che lo aveva ispirato e che sembrava utopia sperare: indurre qualcuno a scavare nella propria memoria per recuperare le acque genuine di un linguaggio solo carsicamente scomparso, e che sembra finalmente riemergere all’aria aperta dopo un lungo e accidentato viaggio sotterraneo.
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